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Anguille alla diossina, il ministero rende note le cause

Il sottosegretario alla salute Francesca Martini partecipando ad un tavolo tecnico riunitosi a Roma al quale hanno partecipato Veneto, Lombardia, Provincia di Trento, Istituti zooprofilattici di Lombardia ed Emilia Romagna, delle Venezie, dell’Abruzzo e del Molise e l’Arpa, ha ammesso che il lago di Garda è uniformemente contaminato da diossine e policlorobifenili. L’agente inquinante, stando alle dichiarazioni del sottosegretario, sarebbe presente nel lago già da diversi anni e sarebbe alla base dei valori fuori norma di Pcb e diossino-simili ritrovati nelle anguille la cui contaminazione risulta diffusa e omogenea in tutto il lago.

Quanto alle ipotesi, si pensa a miscele di policlorobifenili utilizzati come fluidi dielettrici e lubrificanti per usi industriali. La presenza di queste sostante, vietate dagli anni ’70, sarebbe quindi da ricondurre ad un periodo passato. L’agente inquinante sarebbe di derivazione industriale e potrebbe essere stato smaltito in modo non corretto o nella peggiore delle ipotesi gettato di proposito nel Garda.
L’impegno da parte delle autorità è quello di continuare nei monitoraggi per verificare il livello di contaminazione nel tempo alla luce anche delle misure adottate per la salvaguardia dell’ambiente e della salute dell’uomo culminate con il divieto di pesca di questo famoso pesce, che ribadiamo è l’unico presente sul Garda risultato positivo a queste sostanze inquinanti.

 

Lo squalo, la giornalista e le leggende

E’ di fresca stampa il nuovo libro di Juliet Eilperin dal titolo “Demon Fish”. Un lavoro, quello della giornalista del Washington Post, che è la sintesi di due anni passati ad osservare e studiare gli squali ed il rapporto di amore ed odio che lega questi pesci all’uomo tra paure infondate, leggende e tanta, forse troppa, cinematografia.
Proprio a quest’ultima si deve addebitare la responsabilità di aver fatto di questo pesce, incotrastato padrone dei mari, una macchina da incubi dall’appetito insaziabile. Un famelico divoratore di uomini.
Ma se il mondo in celluloide ha reso questo pesce il più temuto assassino dei mari, forse non tutti sanno che solo il 6% di questa specie è realmente pericoloso per l’uomo. Non tutti gli squali, infatti, sono pronti a divorarci mentre ci immergiamo nelle acque di mari e oceani.

Un libro, quello della Eilperin, che vuole porre in risalto come nella realtà sia l’uomo il predatore più terribile per questo animale e non viceversa. Oggi molte specie sono a rischio per pratiche orribili come lo “shark finning”, un rituale primitivo e barbaro che uccide ogni anno più di 73 milioni di esemplari nel modo più cruento e inutile che essere umano possa immaginare.
Gli squali pescati vengono privati delle pinne e ributtati a mare il più delle volte ancora agonizzanti. Paesi come la Cina, il Giappone, il Canada e gli Stati Uniti, sono tra i principali responsabili di questo tipo di pesca.

In Cina – spiega la scrittrice – la zuppa di pinne di squalo rappresenta la buona reputazione della famiglia ospitante e per questo motivo la si trova servita sulle tavole dei cinesi durante banchetti e cerimonie.
Si tratta per lo più di un inutile spreco dato che la pinna di squalo, essendo di tessuti cartilaginei, è del tutto insapore e inodore. Una pratica questa che unita alla pesca selvaggia, all’inquinamento dei mari e ai cambiamenti climatici sta contribuendo a decimare le diverse specie di squali.

Anche l’Italia, pur essendo proibito lo “Shark finning”, contribuisce a questa strage essendo gli italiani dei voraci divoratori di carne di squalo: verdesca, palombo, molti dei filetti di pesce fritto che mangiamo nei fast-food sono in realtà carne di squalo. Il problema principale è che spesso questi pesci vengono pescati quando ancora non hanno raggiunto la maturità sessuale provocando gravi danni per le specie che a causa della mancata riproduzione rischiano l’estinzione. Le specie di squali oceaniche sono in forte sofferenza con evidente danno per l’equilibrio degli ecosistemi oceanici.

Ricorda la Eilperin che sebbene questi animali abbiano un aspetto inquietante gli attacchi all’uomo sono veramente rari; va infatti ricordato che le vittime per attacchi di squalo sono mediamente 4/5 all’anno (nel 2011 purtroppo la media si è alzata dato che si contano 10 morti). Ad oggi è quindi più facile essere uccisi da un fulmine, schiacciati da un elefante o feriti da un fuoco d’artificio.

La probabilità che questi animali sopravvivano è legata ad un filo, occorre creare aree protette dove la pesca sia inibita o fortemente controllata. La speranza è che molti paesi che oggi sono responsabili diretti di queste politiche di pesca incontrollate prendano spunto da paesi come le Maldive o le Fiji dove ci si è resi conto che si può guadagnare di più proteggendoli piuttosto che ridurli a zuppa.

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Apnea da record a Riva del Garda

E’ di Michele Tomasi il nuovo record mondiale di apnea in “assetto costante senza attrezzi (rana subacquea) in acque dolci”.  L’impresa sportiva è stata realizzata sabato scorso nelle acque di Riva del Garda dove, in circa 3 minuti di immersione, il pluricampione di apnea ha raggiunto, nuotando a rana, la profondità di 55 metri.
Il quarantacinquenne atleta trentino, fresco del medesimo record mondiale in acqua salata, stabilito a Milazzo il 25 settembre scorso (62 metri di profondità), ha così bissato nelle acque di casa l’alloro mondiale di specialità.

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Una Rumba subacquea

Si è svolta a Talenti (Roma) il 20 settembre sorso una insolita esibizione, forse la prima in Italia,  di danza subacquea: i fratelli Angelo e Cristiana Serena, atleti di Danza sportiva e subacquei brevettati, si sono esibiti in una Rumba a programma libero sul fondo della  piscina A.s.d. Athalon a tre metri di profondità. Angelo e Cristiana, indossata l’attrezzatura subacquea,  in elegante muta nera per lui e fucsia per lei, si sono immersi e, sulle  note del brano “Cercami” di Renato Zero si sono esibiti per cinque minuti in passi di rumba, lift, torsioni e giravolte davanti ad un pubblico di fan e curiosi.  La difficoltà di scendere, muoversi e mantenere la posizione in acqua,  oltre alla difficoltà di dover rimanere concentrati per ascoltare il brano proveniente dagli altoparlanti della piscina hanno reso particolarmente impegnativa l’esibizione per la quale gli atleti si sono duramente preparati.

Megattere a Hurgada

Una coppia di balene megattere è stata individuata e filmata nel Mar Rosso egiziano, al largo di Hurgada il 12 settembre scorso.  Si tratta di un incontro decisamente affascinante e rarissimo in questo mare, ad oggi si registrano due soli precedenti: un individuo giovane avvistato nel 1992 nelle acque di Dahab ed un adulto nel 2006 al largo di Sharm El Sheik.  

Anguille alla diossina, Brescia si adegua

Anche la Provincia di Brescia con la delibera della giunta provinciale pubblicata il 13 settembre ha bloccato la pesca delle anguille contaminate da diossina e da policlorobifenili, adeguandosi così a quanto già fatto dalla provincia di Verona e di Trento.
Ora quindi lo stop alla pesca delle anguille sul Lago di Garda assume una dimensione totale a garanzia della salute dei consumatori. Ancora poco chiare le cause che hanno provocato l’inquinamento delle carni di questo pesce.

 

Frane sottomarine nel Mare Artico

Saranno presentati al congresso internazionale di Geoitalia 2011 ,che si svolgerà a Torino da 19 al 23 settembre prossimo, i risultati di una spedizione scientifica italo-spagnola svoltasi lungo il margine continentale nord occidentale del Mare di Barents, nell’Artico.
La spedizione, effettuata con l’ausilio di due navi da ricerca, la spagnola Hesperides e l’italiana Esplora di proprietà dell’ Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica sperimentale (OGS),  ha portato alla raccolta di una imponente mole di informazioni in diverse discipline ed alla scoperta, sulla scarpata continentale dello Storfjorden, di grandi frane sottomarine dovute all’intensificarsi della glaciazione, risalenti a circa un milione di anni fa e controllate dagli andamenti climatici.  “Le ricerche scientifiche – ha rilevato il coordinatore della ricerca, Michele Rebesco  dell’OGS – hanno portato anche ad altri risultati importanti come la scoperta di sedimenti all’interno della fossa di Kveithola che indicano il ritiro episodico della calotta glaciale del Mare di Barents; l’applicazione di un nuovo metodo basato sull’integrazione di misure oceanografiche e dati satellitari per meglio conoscere la circolazione delle masse d’acqua atlantica e artica che ha un profondo effetto sul clima terrestre; l’individuazione di sedimenti prodotti dalla fusione dei ghiacci che permettono di comprendere le variazioni della Corrente Nord Atlantica che in passato ha influenzato le condizioni climatiche europee (e che si teme possa in futuro diminuire di intensità a causa del riscaldamento globale generando quindi il raffreddamento del clima)”.

Il giallo del sommergibile non identificato a Is Arenas

Veniero 2° - Fotografia tratta dal sito www.sommergibili.com

La notizia in sè, se di vera notizia si può parlare, trae origine dal nuovo libro di tre autorevoli firme della subacquea orientata alla ricerca ed alla mappatura dei relitti presenti nei mari italiani – stiamo parlando infatti di Gianluca Mirto, Sergio Pivetta e Giorgio Spazzapan autori del nuovo libro “Relitti e navi sommerse” – ed. 2011 Addictions-Magenes Editoriale – che ci racconta dello strano caso del ritrovamento del sommergibile, ancora non identificato, che riposa nei fondali di Is Arenas (Sardegna).
Non identificato in quanto sembra che nessuno al momento sappia, nemmeno le autorità militari italiani, a chi appartenga il relitto di questo sommergibile dove, stando al resoconto anche fotografico degli autori, sono visibili i segni di un attacco militare in piena regola.
A rendere ancora più affascinante la storia di questa carcassa sepolta nel silenzio delle acque è l’involucro di cemento, una vera e propria colata, che lo avvolge e lo custodisce.

Chi e perché, è la domanda che si pongono gli autori, ha voluto nascondere lo scafo con una gettata di calcestruzzo? Cosa c’era di così importante da nascondere? Si tratta di un occultamento di prove? C’erano verità inconfessabili da racchiudere dentro questo sarcofago artificiale? Oppure è stato cementato il rischio di possibili agenti inquinanti?

Quella che sembrava una questione d’interesse per il solo mondo della subacquea, grazie a questa nuova pubblicazione dei tre autori, ha assunto una dimensione pubblica più importante dovuta all’interessamento del giornalista sardo Andrea Atzori che ha sposato la causa di questo ritrovamento.

Veniero 2° sull'invaso in fase di ultimazione

Due le ipotesi che fanno gli autori del libro in merito al sommergibile in questione: potrebbe trattarsi del sommergibile Veniero II – classe “Marcello” affondato nel giugno del 1942, oppure del sommergibile tedesco Uc-35 della Keiserliche Marine affondato da un cacciatorpediniere francese nel maggio del 1918. Le ipotesi, stando agli autori, si riducono a due soltanto perché le notizie di affondamenti nel mare occidentale della Sardegna parlano solo di due sommergibili.

L’ipotesi del sommergibile tedesco tuttavia perde di consistenza quando si confrontano le dimensioni dello scafo ritrovato, circa 77 metri, rispetto a quelle dell’Uc- 35 lungo poco più di una cinquantina di metri e che, secondo le cronache di guerra, sarebbe affondato nelle acque sud-occidentali dell’isola.
Più verosimili le ipotesi se si pensa al sommergibile Veniero II le cui dimensioni si aggirano attorno ai 73 metri.  In questo caso anche il luogo dell’affondamento, avvenuto si presume il 07/06/1942 ad opera degli inglesi, potrebbe concordare con le cronache di guerra.

Al ritrovamento, alle indagini giornalistiche di Atzori  si è aggiunta anche la politica che per mezzo di tre deputati il 30 giugno 2011 ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa Ignazio La Russa chiedendo delucidazioni precise in merito al ritrovamento.

Già nel 2009 la Capitaneria aveva effettuato accertamenti sul sito in questione giungendo alla conclusione che si trattasse di una concrezione calcarea che richiama casualmente e vagamente le forme di un sommergibile. Non dello stesso avviso il subacqueo Pierpaolo Porcu che sostiene come la struttura sia in metallo e che la stessa consistenza cementizia dell’involucro sia di per se molto diversa dalle rocce presenti nei fondali della zona.
Poi ci sono ossa, ossa umane, documentate e filmate che spuntano fuori dalla carcassa. Come si spiegherebbero? A chi appartengono? Quale tragedia del mare raccontano quei poveri resti?
Ovvio che la risposta più sensata appare quella del relitto, risposta che al momento non è più verificabile; la Capitaneria di Oristano ha infatti chiuso la zona alle immersioni a causa della segnalazione di presunto ordigno bellico giacente sul fondale. Certo che se così fosse le dichiarazioni del 2009 della stessa Capitaneria andrebbero per lo meno riviste dato che trattandosi di conformazioni rocciose  naturali,  così come dichiarato, è ovvia l’esclusione della presenza di materiale bellico.
Qualora però venisse verificato che quel relitto è in realtà la carcassa del sommergibile Veniero II sarebbe doveroso da parte delle nostre autorità rendere omaggio all’equipaggio caduto durante quella sfortunata missione.

Fonte: La nuova sardegna

Fonte: Sottacqua.info