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20° edizione EUDI Show

Si  terrà a Milano dal 16 al 19 Febbraio la 20° edizione dell’EUDI Show,  16.000 mq. espositivi nel Padiglione 6 della Fiera di Milano Rho/Pero daranno visibilità a tutte le novità del variegato mondo della subacquea. L’Eudi si svolge quest’anno in concomitanza con il BIT (Borsa Internazionale del Turismo) e, nei giorni del 18 e 19 febbraio, un unico biglietto di ingresso consentirà di visitare entrambe le manifestazioni.

Sito ufficiale del 20° EUDI Show

Nuda con i Beluga

La protagonista è Natalia Avseenko,  trentaseienne apneista russa che, tra il 5 ed i 14 aprile scorsi, si è impegnata in una particolarissima performance di apnea con i Beluga: si è immersa nuda nelle gelide acque del Mar Baltico ( -1°C) ed è  riuscita a stabilire un contatto fisico con questi mammiferi, che, dalle immagini paiono gradire …

 

Cristina Zenato, la donna degli squali

Sharkburger la nuova frontiera del fast food minaccia gli squali

Ne da notizia l’Ansa sul suo sito e noi riportiamo in sintesi l’articolo. Una catena di fast food di N.Y. ha deciso di iniziare la vendita di hamburger a base di carne di squalo che noi abbiamo ribatezzato, forse in maniera poco originale, “sharkburger”.
Da predatore dei mari a pesce predato e sfruttato commercialmente per venire servito nei tavoli take-away della Grande Mela. Una cosa che noi disapproviamo che, se diventasse una moda, potrebbe ulteriormente penalizzare la già compromessa sopravvivenza di questo predatore fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi marini; presenza già messa a dura prova da pratiche orribili come lo “Shark finning” di cui Aola ha sempre dato ampio risalto.

Le originali tecniche di sopravvivenza delle aringhe

Forse questa notizia non è, negli ambienti scientifici, una novità ma di sicuro la sua originalità ha stuzzicato la nostra curiosità ed ilarità dato che il mondo scientifico ha confermato che anche i pesci, ogni tanto, si lasciando andare…
I ricercatori della University of Windsor in Ontario, si sono infatti trovati ad analizzare alcuni suoni sottomarini di cui ignoravano la provenienza, arrivando alla conclusione che tali produzioni sonore altro non erano che un sistema sicuramente poco complesso e articolato di comunicazione delle arringhe. L’interrogativo che gli studiosi si sono posti era quello di capire in che modo questi piccoli e prelibati pesci producessero questi suoni arrivando alla conclusione che trattavasi di vere e proprie flatulenze.
Il Fast Repetitive Tick (FRT), così è stato nominato dai ricercatori, è un vero è proprio mezzo di comunicazione non certo causato dalla digestione usato dai branchi per segnalare l’arrivo di predatori.

Fonte: New Scientist

Scoperta la causa di sbiancamento dei coralli

Corallo di fuoco

Secondo uno studio dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reff Studies e della J. Cook University alla base dello sbiancamento dei coralli ci sarebbero gli sbalzi di temperatura dei mari che producono effetti sulla qualità delle alghe di cui gli stessi coralli si nutrono. Il processo di espulsione di queste alghe culmina nella cosiddetta “apoptosi” o “morte cellulare programmata” delle cellule indebolite o malate; una specie di suicidio cellulare che i coralli innescano come forma di difesa immunitaria che ha come conseguenza quella di farli sbiancare. Un processo questo che avviene già con sbalzi di temperature di 3° più basse.

Negli ultimi 3 decenni, a livello mondiale, si sono registrati sette grandi eventi di sbiancamento, l’ultimo dei quali registrato proprio nel 2010 nell’Oceano Indiano e nel Triangolo dei Coralli. La grande barriera corallina australiana dal 1980 ha subito otto eventi di sbiancamento di cui il peggiore registrato nel 2002 quando più della metà della superficie corallina sbiancò.
Data che la frequenza di questi eventi pare aumentare, il passo successivo dello studio sarà quello di comprendere come alla luce di queste informazioni, sia possibile procedere ad un recupero dei coralli sbiancati.

Bruxelles vuole salvare gli squali

Shark finning

L’Unione Europea sembra finalmente decisa ad attuare delle politiche di salvaguardia e di protezione degli squali introducendo il “divieto assoluto del finning”, pratica barbara e crudele sulla quale il nostro blog ha speso più di un post e contro la quale associazioni come Shark Alliance si battono da anni (n.d.r: l’ asportazione delle pinne è il più delle volte fatta a squalo vivo che poi viene ributtato in mare dove ovviamente va incontro a morte certa).

Il provvedimento imporrebbe a tutte le imbarcazioni che pescano nelle acque dell’UE ma anche a tutte le barche dell’UE che pescano nel mondo l’0bbligo di sbarcare in porto gli squali con ancora le pinne attaccate al corpo. Gli stati membri non potranno più applicare deroghe a questa regola permettendo autorizzazioni ai loro pescherecci di applicare le amputazioni a bordo. Sarà invece concesso, per agevolare lo stoccaggio a bordo degli squali pescati, il taglio parziale  della pinna per ripiegarla contro la carcassa.

Il provvedimento si rivolge soprattutto contro Spagna, Portogallo e Cipro paesi che hanno sempre tollerato con una certa facilità la pratica dello “shark finning” e ha come scopo, soprattutto, quello di intensificare i controlli e le sanzioni contro chi trasgredirà a questa nuova direttiva che è ora al vaglio del Consiglio UE e del Parlamento Europeo per la definitiva approvazione.

Lo scopo è quello di proteggere il predatore al vertice della catena alimentare ormai a serio rischio di estinzione sia nei mari europei che mondiali (sono più di 100 milioni gli squali uccisi per il mercato alimentare) .

Pacific Trash Vortex, un’isola di rifiuti grande due volte gli USA

Wikipedia: Great Pacific Garbage Path

Wikipedia: Great Pacific Garbage Path

Il Pacific Trash Vortex. l’isola di rifiuti galleggianti nell’Oceano Pacifico, è sempre più grande. Secondo gli studiosi, la discarica più grande del pianeta avrebbe raggiunto una dimensione doppia a quella degli Stati Unici sebbene la densità sia, come spiega il dottor Eriksen dell’Algalita Marine Research, pari ad un cucchiaio di confetti sparsi in un campo di calcio.
Un’isola fatta da milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che fluttuano al largo delle coste Giapponesi ed Americane; su tratta, soprattutto di palloni, scarpe, materiali plastici e per la maggior parte di sacchetti di plastica usa e getta. Ecco perché il miglior rimedio proposto dagli esperti sarebbe quello di abbandonare, come già fatto dall’Italia e come vorrebbero il 70% degli europei, l’uso dei sacchetti di plastica.

Un quinto di questa discarica galleggiante proviene dai rifiuti gettati dalle navi e dalle piattaforme petrolifere, il resto dalla terraferma. Questa massa galleggiante fluttua tra i pochi centimetri ed i 10 metri di profondità e proprio per questa sua peculiarità è invisibile ai satelliti mentre è ben visibile dalle navi e dalle barche che solcano questo tratto di acque.

Il Trash Vortex o Great Pacific Garbage Patch, scoperto dalla National Oceanic and Atmoospheric Administration alla fine degli anni ’80, si divide in due enormi blocchi. Uno al largo delle coste californiane, l’altro a quelle giapponesi e sono collegati tra loro dalle correnti che ruotano in senso orario attorno ad essi.  Alcuni frammenti di questa plastica galleggiante sarebbero addirittura degli anni ’50; le sostanze plastiche, infatti, fotodegradandosi tendono a disintegrarsi in minuscoli pezzi ma non biodegradano. Ecco perché questi frammenti, anche molto piccoli, scambiati per plancton finiscono per diventare parte della catena alimentare di molti pesci. Il fenomeno è presente, anche se in misura più contenuta, nel Mare Mediterraneo.