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Underwater slow food nei mari d’Egitto

Andrea, un amico dell’aola, è appena tornato da una vacanza sul Mar Rosso (tra l’altro mi chiede di salutare i ragazzi del diving e Simone capo animazione dell’Eden Village Amphoras), tappa obbligata di molti vacanzieri ma, soprattutto, di noi subacquei.
Nel mare più famoso del mondo ha voluto cimentarsi per la prima volta in quella che è la non facile pratica della fotografia subacquea a cui sta timidamente approcciandosi.
I risultati dei suoi primi scatti non sono per niente male, soprattutto, se pensiamo che per Andrea era la prima immersione con una macchina fotografica al seguito.
Invidiabile come sempre lo scenario della barriera corallina, delle rocce, dei colori dei pesci, della vegatazione e della trasparenza dell’acqua che a tratti sembra non esserci.
Al suo ritorno, entusiasta per quanto è riuscito a fare ha voluto regalare al nostro blog una serie di scatti tra cui una deliziosa testuggine marina ripresa mentre banchetta placida sul fondo del mare.
Un vero esempio di underwater slow food!
Che dire ad Andrea continua così, e la prossima volta in Egitto porta pure noi!

Pacific Trash Vortex, un’isola di rifiuti grande due volte gli USA

Wikipedia: Great Pacific Garbage Path

Wikipedia: Great Pacific Garbage Path

Il Pacific Trash Vortex. l’isola di rifiuti galleggianti nell’Oceano Pacifico, è sempre più grande. Secondo gli studiosi, la discarica più grande del pianeta avrebbe raggiunto una dimensione doppia a quella degli Stati Unici sebbene la densità sia, come spiega il dottor Eriksen dell’Algalita Marine Research, pari ad un cucchiaio di confetti sparsi in un campo di calcio.
Un’isola fatta da milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che fluttuano al largo delle coste Giapponesi ed Americane; su tratta, soprattutto di palloni, scarpe, materiali plastici e per la maggior parte di sacchetti di plastica usa e getta. Ecco perché il miglior rimedio proposto dagli esperti sarebbe quello di abbandonare, come già fatto dall’Italia e come vorrebbero il 70% degli europei, l’uso dei sacchetti di plastica.

Un quinto di questa discarica galleggiante proviene dai rifiuti gettati dalle navi e dalle piattaforme petrolifere, il resto dalla terraferma. Questa massa galleggiante fluttua tra i pochi centimetri ed i 10 metri di profondità e proprio per questa sua peculiarità è invisibile ai satelliti mentre è ben visibile dalle navi e dalle barche che solcano questo tratto di acque.

Il Trash Vortex o Great Pacific Garbage Patch, scoperto dalla National Oceanic and Atmoospheric Administration alla fine degli anni ’80, si divide in due enormi blocchi. Uno al largo delle coste californiane, l’altro a quelle giapponesi e sono collegati tra loro dalle correnti che ruotano in senso orario attorno ad essi.  Alcuni frammenti di questa plastica galleggiante sarebbero addirittura degli anni ’50; le sostanze plastiche, infatti, fotodegradandosi tendono a disintegrarsi in minuscoli pezzi ma non biodegradano. Ecco perché questi frammenti, anche molto piccoli, scambiati per plancton finiscono per diventare parte della catena alimentare di molti pesci. Il fenomeno è presente, anche se in misura più contenuta, nel Mare Mediterraneo.

 

Dopo i nani da giardino il balilla subacqueo

Il piccolo Balilla ora sul fondale di Torri

Dopo i nani da giardino, di cui esistono veri e propri “Comitati di liberazione”, sul Garda, più precisamente nei fondali prossimi al lungolago di Torri del Benaco, appare ora il “Balilla di Profondità”.
Fa infatti discutere, in questi giorni, la goliardata di qualche subacqueo burlone che a 45 metri di profondità (ben al di sotto quindi del Presepio permanente sempre presente in quel tratto di lago e che si trova ad una profondità di circa 25 metri) ha voluto riporre la statuina raffigurante un Balilla con braccio destro alzato e teso nel più classico dei saluti fascisti.
La cosa sarebbe stata a nostro avviso del tutto innocua se ci fossimo trovati in un paese diverso dall’Italia dove gesti di questo genere, giusti o sbagliati sta nella coscienza di ognuno di noi giudicarli, vengono sempre appesantiti e conditi di futili polemiche tra nostalgici ed antagonisti di sinistra che godono a darsi contro l’un l’altro nel teatrino, ormai stucchevole e nauseabondo, della politica italiana dove spesso ognuno di noi riesce a dare il peggio di se stesso e dove nessuno, ormai, pare più in grado di fare e di dire cose sensate.

A noi di Aola non interessa chi sia stato l’autore di questo gesto goliardico!
A noi di Aola non interessa minimamente giudicarlo!
A noi di Aola non interessa trovarne una qualsiasi connotazione politica!

A noi di Aola preme, soprattutto, raccomandare ai subacquei poco esperti di non addentrarsi a quelle profondità per raggiungere la statuina perché 45 metri sono tanti, si rischia la narcosi d’azoto con incidenti che potrebbe diventare molto pericolosi, soprattutto, per chi non ha adeguata esperienza di immersioni a quelle profondità.

Non rischiate la vostra vita per una statuetta!

Chiudiamo con la speranza che un gesto del genere, seppure convinti che si tratti a tutti gli effetti di una goliardata, non diventi l’ingiusto grimaldello per punire tutti quelli che, lontano da quello che riteniamo comunque essere uno scherzo, amano immergersi e praticare la subacquea in quel meraviglioso tratto di lago.

Fonte: L’Arena di Verona

 

Lo squalo? Un predatore da proteggere

bronzo-2-sudafrica-2005Parte nei mari italiani il progetto Sharklife, il più grande mai realizzato in Europa per la tutela e la salvaguardia degli squali, pesci assolutamente vitali e necessari per garantire gli equilibri degli ecosistemi marini, in quanto, essendo agli apici della catena alimentare, contribuiscono a mantenere in equilibrio l’habitat marino. Questo il reale motivo per cui è importante proteggerli e preservarli dalla minaccia di estinzione, causata sia dalla pesca professionale sia da quella sportiva, che tocca numerose specie (secondo un rapporto dell’Iucn del 2007 sono a rischio estinzione il 42% delle 71 specie esaminate).

Il progetto SharkLife si muove tra numerose iniziative, tra cui la più importante è una corretta informazione, soprattutto in merito al timore di attacchi agli uomini (meno di 20 negli ultimi 100 anni). Nei nostri mari sono presenti circa una cinquantina di specie tra cui ricordiamo lo squalo elefante, recentemente avvistato in Sardegna, lo squalo bianco presente nel Canale di Sicilia e gli squali grigi presenti nel mese di agosto nell’isola di Lampione.

 Fondamentale per la riuscita del progetto la collaborazione dei pescatori sia professionali sia sportivi. I primi con l’utilizzo di ami circolari potrebbero salvaguardare alcune specie tipo pescecani e trigoni che se catturati non possono essere venduti né rilasciati, i secondi che nelle gare di pesca non potranno più catturare pesci cartilaginei; risultato questo ottenuto grazie ad collaborazione di Fipsas che si è resa disponibile a modificare i regolamenti delle gare.

Alcune sperimentazioni saranno condotte anche nel Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena dove sarà testato un dispositivo elettronico applicato sulle reti in grado di intercettare e segnalare gli spostamenti di pesci di grandi dimensioni permettendo agli operatori di intervenire per liberarli.

Lo squalo, la giornalista e le leggende

E’ di fresca stampa il nuovo libro di Juliet Eilperin dal titolo “Demon Fish”. Un lavoro, quello della giornalista del Washington Post, che è la sintesi di due anni passati ad osservare e studiare gli squali ed il rapporto di amore ed odio che lega questi pesci all’uomo tra paure infondate, leggende e tanta, forse troppa, cinematografia.
Proprio a quest’ultima si deve addebitare la responsabilità di aver fatto di questo pesce, incotrastato padrone dei mari, una macchina da incubi dall’appetito insaziabile. Un famelico divoratore di uomini.
Ma se il mondo in celluloide ha reso questo pesce il più temuto assassino dei mari, forse non tutti sanno che solo il 6% di questa specie è realmente pericoloso per l’uomo. Non tutti gli squali, infatti, sono pronti a divorarci mentre ci immergiamo nelle acque di mari e oceani.

Un libro, quello della Eilperin, che vuole porre in risalto come nella realtà sia l’uomo il predatore più terribile per questo animale e non viceversa. Oggi molte specie sono a rischio per pratiche orribili come lo “shark finning”, un rituale primitivo e barbaro che uccide ogni anno più di 73 milioni di esemplari nel modo più cruento e inutile che essere umano possa immaginare.
Gli squali pescati vengono privati delle pinne e ributtati a mare il più delle volte ancora agonizzanti. Paesi come la Cina, il Giappone, il Canada e gli Stati Uniti, sono tra i principali responsabili di questo tipo di pesca.

In Cina – spiega la scrittrice – la zuppa di pinne di squalo rappresenta la buona reputazione della famiglia ospitante e per questo motivo la si trova servita sulle tavole dei cinesi durante banchetti e cerimonie.
Si tratta per lo più di un inutile spreco dato che la pinna di squalo, essendo di tessuti cartilaginei, è del tutto insapore e inodore. Una pratica questa che unita alla pesca selvaggia, all’inquinamento dei mari e ai cambiamenti climatici sta contribuendo a decimare le diverse specie di squali.

Anche l’Italia, pur essendo proibito lo “Shark finning”, contribuisce a questa strage essendo gli italiani dei voraci divoratori di carne di squalo: verdesca, palombo, molti dei filetti di pesce fritto che mangiamo nei fast-food sono in realtà carne di squalo. Il problema principale è che spesso questi pesci vengono pescati quando ancora non hanno raggiunto la maturità sessuale provocando gravi danni per le specie che a causa della mancata riproduzione rischiano l’estinzione. Le specie di squali oceaniche sono in forte sofferenza con evidente danno per l’equilibrio degli ecosistemi oceanici.

Ricorda la Eilperin che sebbene questi animali abbiano un aspetto inquietante gli attacchi all’uomo sono veramente rari; va infatti ricordato che le vittime per attacchi di squalo sono mediamente 4/5 all’anno (nel 2011 purtroppo la media si è alzata dato che si contano 10 morti). Ad oggi è quindi più facile essere uccisi da un fulmine, schiacciati da un elefante o feriti da un fuoco d’artificio.

La probabilità che questi animali sopravvivano è legata ad un filo, occorre creare aree protette dove la pesca sia inibita o fortemente controllata. La speranza è che molti paesi che oggi sono responsabili diretti di queste politiche di pesca incontrollate prendano spunto da paesi come le Maldive o le Fiji dove ci si è resi conto che si può guadagnare di più proteggendoli piuttosto che ridurli a zuppa.

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Apnea da record a Riva del Garda

E’ di Michele Tomasi il nuovo record mondiale di apnea in “assetto costante senza attrezzi (rana subacquea) in acque dolci”.  L’impresa sportiva è stata realizzata sabato scorso nelle acque di Riva del Garda dove, in circa 3 minuti di immersione, il pluricampione di apnea ha raggiunto, nuotando a rana, la profondità di 55 metri.
Il quarantacinquenne atleta trentino, fresco del medesimo record mondiale in acqua salata, stabilito a Milazzo il 25 settembre scorso (62 metri di profondità), ha così bissato nelle acque di casa l’alloro mondiale di specialità.

leggi l’articolo su Trentino corriere delle Alpi

L’ingiusta chiusura di Passpartout

Philippe Daverio

Per una volta non parlo di acqua ma di arte perché quanto è successo all’unica trasmissione che mi vantavo di guardare è veramente vergognoso e tipicamente italico. Per capire meglio il mio sdegno posto il link all’articolo di Aldo Grasso apparso su il Corriere.it. Viva l’Italia, viva mamma Rai… è proprio bello pagare il canone per vedere la “Prova del cuoco” o “Miss Italia”!

Corriere.it: Addio a Passpartout di Daverio ma nessuno protesta per la cultura

Mostra fotografica a -30

Per visitarla bisogna indossare  maschera, pinne, bombole ed erogatore e scendere nel blu  fino al relitto di una nave militare americana, la «General Hoyt S. Vandenberg» che giace su un fodale di 30 metri a circa sei miglia dalle isole Keys in Florida.
Il relitto infatti è lo scenario utilizzato dal fotografo Andreas Franke per esporre le dodici immagini che compongono la mostra dal titolo «The Vandenberg life below the surface». Atmosfere sospese e fluttuanti proprio come i visitatori di questa originale mostra fotografica.