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La plastica uccide il Mediterraneo

Qualche tempo fa sul blog di Aola si parlava di isole di rifiuti galleggianti negli Oceani Atlantico e Pacifico, quello che oggi sappiamo è che anche nel Mare Mediterraneo i rifiuti plastici sono presenti e, secondo stime non certo incoraggianti, superano per concentrazione ‘le isole di plastica’ appena citate.
Si parla di 500 tonellate di rifiuti galleggianti nella porzione di mare compresa tra Italia, Francia e Spagna
A confermarlo è un dossier preparato da Arpa Toscana ed Emilia Romagna commissionato da Legambiente che sarà presentato al Ministero dell’Ambiente in difesa dal ricorso alla Commissione Europea presentato dalle aziende produttrici contro la messa al bando dei sacchetti di nylon da poco istituita in Italia (in Italia si consuma circa il 25% della quantità utilizzata nell’intera Europa)

La realtà italiana purtroppo non presenta dati incoraggianti, Expedition Med tramite uno studio realizzato dalla francese Ifremer, ha confermato, ad esempio, che intorno all’Isola d’Elba sono stati trovati in media 892 mila frammenti di materiale plastico per chilometro quadrato, contro una media europea di 115 mila.

Arpa Toscana conferma che in un’ora di pesca con reti a strascico sono stati prelevati 4 kg di rifiuti, di cui il 73% di materiale plastico. I dati raccolti dicono che questi rifiuti plastici sono costituiti in prevalenza da frammenti di 1,8 milligrammi in sospensione a circa 20 centimetri dalla superficie. Dallo studio emerge che mentre in Adriatico la responsabilità va ricercata, soprattutto, dall’apporto dei fiumi, nel Tirreno principali responsabili di questo vero e proprio tappeto di rifiuti sono in prevalenza i traghetti.

La presenza di questa plastica in mare, soprattutto sacchetti, causa evidenti e  gravi danni alla fauna marina. Peggio di tutti stanno i mammiferi marini e le tartarughe che confondono i sacchetti di plastica per meduse delle quali si cibano e che ne provocano la morte per soffocamento. Anche gli uccelli marini finiscono per ingoiare rifiuti plastici e i decessi si contano tra i 700 mila e un milione di esemplari l’anno.

Cesare contro Pompeo, la battaglia navale

Individuato in Adriatico, in acque albanesi, il tratto di mare in cui si svolse lo scontro navale tra le flotte di Cesare e Pompeo. Uno dei momenti cruciali della guerra civile  romana si verificò infatti nel Mar Adriatico, presso l’antica Orikum, poco distante da Valona, dove le flotte dei due nemici si scontrarono in una delle piu’ dure battaglie navali dell’antichita’. La missione archeologica italiana condotta da Giuliano Volpe, Rettore dell’Università di Foggia, dopo aver individuato la zona, progetta ora una serie di campagne di scavi archeologici subacquei alla ricerca di prove certe del celebre scontro navale.  I dettagli dell’imminente operazione saranno presentati in anteprima nell’ambito dell’Incontro nazionale di “Archeologia Viva” domenica 20 febbraio al Palacogressi di Firenze. “La zona e’ base militare Nato – dichiara Volpe – a conferma dell’importanza strategica che quel tratto di costa albanese ha sempre avuto per il controllo marittimo. Avremo presto tutte le autorizzazioni necessarie per procedere. Contiamo anche sulla collaborazione logistica di una missione americana che sta operando sempre in Albania, perche’ per il nostro programma di ricerche servono mezzi davvero straordinari”.

Un mare che cambia!

Il Mediterraneo sta cambiando volto, nuovi  pesci e  vegetali  lo stanno colonizzando, mentre le specie autoctone modificano le loro abitudini. Spettacolo per chi si immerge, indizio preoccupante sullo stato di salute del nostro mare. Questo fenomeno è stato messo in luce grazie alla nascita della prima banca dati sulle specie aliene realizzata nel bacino del Mediterraneo dall’ Istituto per la Ricerca Applicata sul Mare (Icram). I nuovi arrivati si trovano talmente bene da diffondersi rapidamente da nord a sud e ciò porta ad alterazioni del nostro delicato habitat marino. I problemi ricadono soprattutto sulla biodiversità degli ambienti del Mediterraneo. Spiega Franco Andaloro, Direttore di ricerca dell’Icram: “Quello che preoccupa in tutto questo, non è tanto l’arrivo in sé e per sé di nuove specie di pesci in un mare relativamente giovane come il Mare Nostrum (esso infatti non ha più di 50 milioni di anni), quanto la velocità con cui si sta verificando il fenomeno”. Ciò vale non solo in questo caso specifico, ma in tutti i settori dove i mutamenti climatici stanno apportando delle alterazioni. “Una veloce propagazione di specie di origine indopacifica, che hanno preso il posto di quelle di origine atlantica, come avveniva in passato”, spiega Andaloro.

caulerpa racemosa - Foto di Luciano Bianco

In tal senso nascono competizioni, come tra la Caulerpa racemosa e l’alga bruna Cystoseira autoctona del Mediterraneo o  la pianta Posidonia oceanica. La Caulerpa soffoca gli altri organismi con la fitta rete di stoloni e impedisce ai semi della Posidonia di attecchire sul suolo, compromettendone la riproduzione. Ma le praterie di Posidonia sono un indice prezioso della salute del mare perché 1m² di questa pianta produce 20 litri al giorno di ossigeno.

Oggi si contano 8 specie che ormai sono diventate comuni nel nostro mare che provengono dal Mar Rosso. Si va dal pesce flauto, allo Stephanolepis diaspor (un parente del pesce balestra), dal barracuda indopacifico al Leiognathus klunzingeri fino ad altri meno noti come il Siganus luridus e il Siganus rivulatu (vegetariani come la salpa, che hanno rimpiazzato nei mari greci), l’Etrumerus teres (una sorta di grossa sardina) e il Penpheris vanicolensis. Sconosciuti fino a pochi decenni fa nei nostri mari ora si trovano benissimo, ma a scapito di altre specie endemiche.

sphyraena

seriolafas

Complessivamente l’Icram ha censito 565 specie aliene appartenenti a 8 gruppi animali e vegetali (132 vegetali 25 cnidari, 12 ascidacei, 141 molluschi, 59 anellidi, 120 pesci, 60 crostacei 16 briozoi). Il 63% di queste arriva dal Canale di Suez, mentre il 29% è di provenienza atlantica, il resto di altri mari ancora. Così possiamo trovarci faccia a faccia con tre ricciole di origine africana (Seriola fasciata, S. rivoliana e S. carpenteri), la triglia del Mar Rosso (Upeneus moluccensis), i pesci palla e i pesci scorpione.

Ma da dove provengono le nuove specie? Essenzialmente dall’Atlantico orientale, attraverso lo stretto di Gibilterra, e dal bacino del Nilo e dal Mar Rosso, attraverso il canale di Suez, in quest’ultimo caso si parla di “specie lessepsiane”, dal nome dell’ingegnere francese Ferdinand-Marie de Lesseps, fondatore della società che aprì il Canale di Suez. Andaloro sostiene che  canali d’ingresso involontari sono rappresentati anche dalle acque di zavorra delle navi cisterna, dalle incrostazioni degli scafi che navigano in tutto il mondo e dall’importazione di specie marine morte che sono vettori di parassiti alieni che sopravvivono alla morte dell’ospite. Per quanto riguarda le acque di zavorra, lo scarico incontrollato di queste acque, prelevate in mari tropicali e non trattate in modo adeguato, costituisce un importante veicolo di specie non indigene, che stanno modificando rapidamente la biodiversità in prossimità dei maggiori porti italiani. A questo proposito il Ministero dell’Ambiente ha già promosso ricerche sul cambiamento della biodiversità dei porti campione di Trieste e Milazzo.

Pempheris

Il riscaldamento del nostro mare, lento ma costante, determina anche un fenomeno parallelo e forse per noi più importante, la cosiddetta “meridionalizzazione”, che consiste nello spostamento verso nord della distribuzione di molte specie tipiche delle aree più calde del Mediterraneo. Al momento attuale è impossibile stabilire quali saranno, nel medio periodo, le conseguenze di questi fenomeni negli ecosistemi delle nostre acque ed in particolare gli effetti sulla fauna ittica locale.

Fonti: web: www.ecoblog.it - www.icram.org - www.wwf.it . Stampa: mensile “Geo”, una nuova immagine del mondo, agosto 2010

Moria di sardinelle in Adriatico

Secondo gli esperti la recente eccezionale moria di Sardinella aurita, meglio conosciuta come Alaccia o Aringa mediterranea non è, per una volta,  dovuta a fenomeni di inquinamento o ad improvvise e sconosciute malattie ma ad un banale caso di ipotermia.

La presenza della Sardinella aurita in Adriatico è  un fenomeno relativamente recente, dovuto all’innalzamento termico delle acque. Il suo areale originario era infatti costituito dalla fascia meridionale del Mediterraneo ma, negli ultimi 15 anni, si è esteso praticamente all’intero bacino. Si tratta dunque di una specie abituata ad acque calde-temperate e che mal sopporta temperature troppo basse. Pare che le temperature particolarmente rigide di quest’ultimo scorcio d’inverno, nel quale  le acque del bacino centro-settentrionale dell´Adriatico sono interessate da temperature mediamente inferiori ai 6°C,  siano purtroppo risultate fatali per le simpatiche sardinelle.

La temperatura delle acque superficiali dell’Adriatico Nord-occidentale rilevate in questi ultimi giorni dal Battello Oceanografico Daphne è compresa tra 5.01 e 5.32 °C.

Lo straordinario fenomeno non è del tutto nuovo, analoga condizione si è già verificata infatti nel gennaio-febbraio del 2002.