Racconto semiserio di una vacanza blindata
Chiedo scusa a tutti, è la prima cosa che mi viene da scrivere pensando al mio “Passaggio in Sardegna”. Chiedo scusa a tutti perché non ho mai raccontato un viaggio, o meglio non ho mai scritto di un viaggio. Sento un po’ quell’imbarazzo tipico dello scrittore che davanti al foglio bianco, pur avendo in testa una storia, si trova nel difficile compito di doverla raccontare.
Quindi chiedo scusa a tutti se il mio racconto potrà non sembrare un granché, però di Fosco Maraini, di Bruce Chatwin o di Folco Quillici ne nasce uno su un milione ed io non sono quell’uno.
Per raccontare del mio passaggio in Sardegna bisognerebbe salire sulla macchina del tempo e tornare indietro a dieci anni fa, a quando, una sera d’autunno, conobbi Marta.
Da allora ad oggi le cose si sono evolute; prima una figlia e qualche mese fa il matrimonio. In mezzo un diluvio di esperienze, qualche viaggio, una laurea e molto divano e patatine.
Fatalmente quindi il mio passaggio in Sardegna corrisponde al nostro viaggio di nozze. A qualcuno potrà sembrare un viaggio banale, fuori dagli schemi classici del coast to coast americano, della spiaggia deserta delle Seychelles o del più tipico safari africano tra elefanti, qualche leone e Coca-Cola ghiacciata.
La Sardegna ormai è terra nota a tutti. E’ la casa di molti italiani che ci vanno da sempre, e a sentire qualcuno di loro, ancor prima che geologicamente l’isola nascesse. Terra antica questa e brulla. Montagne di granito ci appaiono fin dal nostro arrivo all’aeroporto di Olbia. Volo in orario, puntualità quasi svizzera. Grazie Meridiana! ma lo stesso mi chiedo “Siamo in Italia?” e sottovoce dico “Grazie Maria Vittoria” per aver dormito tutto il viaggio.
La rampa mobile ci conduce giù dall’aereo e una serie di insegne luminose ci indica il luogo per il ritiro bagagli. Non mi accorgo, ma Marta è pronta a farmelo notare, che siamo già circondati dai cloni di Briatore e Gregoraci.
Uomini in mocassini multicolore e rigorosa camicia bianca da parata si aggirano griffati per l’aeroporto con fare sicuro. Per la signora l’imperativo è la Luisa fedele amica portata sottobraccio! La Luisa non è ovviamente una persona, non è nemmeno una baguette francese o una tata filippina, la Luisa è la madre di tutte le borse, la più copiata, la più contraffatta, la più richiesta sottovoce sulla spiaggia dove poveri senegalesi carichi come dromedari flirtano imploranti tra le sdraio i loro traffici illeciti con signore d’alto borgo.
Tutto nell’aeroporto è marchio, griffe. “Benvenuti!” ci dice una ragazza molto carina quando ci vede andarle in contro “voi siete…”
“Esatto carina” penso, siamo proprio quelli, gli ultimi tre nomi della tua lista. Ora il pullman per il villaggio può partire. Come tanti pinguini in una fila ordinata di sudore e trolley ci incamminiamo verso il mezzo che ci porta a destinazione mentre bambini festanti conversano di “app” per i loro i-phone.
Si parte, su e giù per una strada che ricorda tanto il primo ottovolante di Gardaland tra lunghe curve paraboliche ed infiniti saliscendi!
Ci fermiamo di colpo e una signora verde come un cetriolo scende di corsa fiondandosi in un cespuglio. Benvenuta in Sardegna penso, ma la signora sta veramente male e la mia facile ironia si spegne subito. Chi si è accesa come una trottola impazzita è invece Maria Vittoria che salta come un grillo da un sedile all’altro con il suo biberon fido compagno inseparabile.
“Manca poco” ci dice la ragazza carina, ancora pochi chilometri e saremo a Palau, ma sono ancora paraboliche e saliscendi! Teniamo duro tutti ed i nostri sforzi, dopo un’ora di gimcane, vengono ripagati. Il pullman curva a novanta ed inforca un bel cancello di ferro battuto.
Una fila ordinata di ragazzi in bianco sorridenti ci aspetta dandoci segnali di benvenuto. Loro sono i temuti animatori, ma grazie a Maria Vittoria che cede sul traguardo vomitando a pullman fermo, li dribbliamo tutti facendoci assegnare di corsa la stanza. “Arrivo col botto!” penso dopo che ci siamo sistemati e le mie due donne ora dormono beate sul letto!
Il primo passaggio in Sardegna lo faccio esplorando il villaggio e perdendomi tra i dedali di vie e viottoli alla ricerca della spiaggia. Un animatore mi fa notare che sto leggendo la cartina con un’angolazione sbagliata di 90° gradi. Finalmente trovo la via del mare, lo vedo la in fondo, azzurro, grande, diverso dal panorama che sono abituato a guardare. Come una Careta Careta dopo la schiusa, inizio freneticamente a zampettare per raggiungerlo.
Il mio passo si fa veloce, sudo… ho il fiatone. Fa caldo. Il famoso vento della Sardegna ha perso la sua strada e la temperatura è tropicale. Dietro di me Marta e la piccola faticano a tenere il mio passo perché Maria Vittoria si ferma a guardare tutte le bougainville dei viottoli attratta dai loro colori. Impreco spazientito, voglio il mare! La navetta è pronta e ci aspetta, finalmente la raggiungiamo per scendere alla spiaggia.
Eccola è lì, lunga distesa di sabbia nel golfo del Pollo. Rimango un po’ deluso perché seppur preparato dall’agenzia viaggi non mi trovo davanti alla classica spiaggia sarda da cartolina, il tipo di fondale non lo permette anche se l’acqua è pulita e trasparente.
Mi butto con maschera e snorkel e inizio la mia ricerca di barriere coralline, colori, pesci tropicali, cernie, anemoni… ma non c’è nulla di tutto questo. Solo sabbia, qualche triglia, due tracine e un paguro. Golfo del pollo… forse perché è pollo chi crede di trovarci qualcosa.
Apprendo poi che qui l’attività principale non è il diving ma il surf, il kite surf e la vela. Per vedere il pesce, per fare immersioni, qui non è il posto giusto, me lo dice una ragazza sarda sul ponte della nave qualche giorno dopo.
Si esce dal villaggio finalmente, dalla monotonia del torneo di freccette alle 10, della partita di pallavolo alle 11, dell’acquagim alle 11.30 e dei balli in acqua a mezzogiorno. Non sopporto la bomba e il movimento sensual, non sopporto il baila colita e vorrei impossessarmi dell’arco, torneo di tiro ogni venerdì, per impallinare il culo del dj ogni volta che mette su il “Ciapa la galena!”.
Il golfo del Pollo si apre sulle bocche di Bonifacio, questo canale di mare tra noi e la Corsica, quell’altra figura enorme e sfuocata che ci fa compagnia nel nostro orizzonte e che di notte si incendia di luci lontane. Il mare oggi è calmo e la navigazione tranquilla, bordeggiamo per vedere località, passiamo da Porto Raphael per scorgerlo da distante, sornione e assonnato, dove poche anime vagano qua e la nella piazza che si intravvede e lungo le corte e riservate spiagge dove yacht di lusso ormeggiano alla fonda.
Ville da capogiro affiorano discrete dalla vegetazione e dai blocchi di granito. Qui ci abita questo, qui quello, qui ci viene ogni tanto lui… in quella ha la residenza la Regina d’Inghilterra ma non c’è mai venuta.. e chi se ne frega, peggio per lei! Non è questa la Sardegna che sono venuto a vedere. Io voglio la natura. I milionari, i vip, l’Aga Khan, i cantanti di successo, le comparsate dei cialtroni del grande fratello… tutto questo lo lascio alle pagine patinate dei rotocalchi o al sito di Dagospia.
Arriviamo allo scoglio dell’Orso e qui esce il giapponese che è in me. Con la mia compatta digitale inizio la guerra dei click. Da vicino, da lontano, zumma, metti il panoramico… insomma immortala questa roccia che la natura ha voluto regalare a questo posto. L’orso ci guarda, lassù in alto, maestoso e dimentico del nostro peregrinare. Chissà quanti come me vede in una stagione, chissà quanti scatti subisce. Si naviga verso l’isola di Caprera per fare un tuffo nel mare, quel mare che finalmente mi ricorda le cartoline della Sardegna, quel mare verde smeraldo che forse, ignaro di tanta bellezza, hai ispirato il nome di queste coste e che ha tenuto compagnia a Garibaldi nell’ultimo periodo della sua vita, forse il più triste. Anche qui spero di trovare anemoni, cernie, colori, coralli, vibrazioni. Invece solo fondali sabbiosi, qualche roccia, foreste di posidonia e il solito paguro; forse è sempre quello e mi sta seguendo.
Mi faccio forza, probabilmente questo è il destino della mia vacanza. Mi consolo pensando che sul Garda, dove abito e mi immergo difficilmente a profondità così basse, potrei arrivare a vedere cosa accade anche a venti metri da me. Quaranta sono i minuti concessi per bearsi di queste acque, meno dell’ora d’aria nelle carceri. Dobbiamo salpare, ci aspetta la Maddalena. L’isola che da il nome a questo arcipelago delle meraviglie, dove tutto si presenta in panorami mozzafiato, dove le calli sembrano angoli di paradiso terrestre e dove l’acqua mi fa ritornare alla memoria i paesaggi caraibici visti un decennio fa nel mar di Giamaica. E’ una fortuna, penso, che Italia e Francia stiano cercando da anni di tutelare questo specchio di mare dove una natura così fragile può venire compromessa dai soliti interessi commerciali e dal transito dei mercantili. Guardando la Maddalena penso tra me e me, mica scemi gli americani a venir qui con le loro basi. Rabbrividisco al pensiero che qualche residuato bellico possa giacere nelle acque antistanti questa meraviglia.
La Maddalena è meravigliosa finché non si arriva al porto. Qui parte della poesia finisce per lasciare spazio ad un senso di malinconica incazzatura perché la visione del cemento che la deturpa e dello scempio a cui è stata sottoposta non può lasciarmi indifferente.
Scendiamo alla ricerca di souvenir ed il gruppetto di persone di cui anche noi facciamo parte si apre a raggiera sparendo tra le strette vie di questo piccolo paese di mare. Ogni tanto ci incrociamo, ma facciamo finta di non conoscerci quindi ognuno per la sua strada e buonanotte. Il nostro imperativo e shopping, c’è la nonna da accontentare, la cartolina ai colleghi da spedire, la fotografia da fare. Acquistiamo in fretta, arraffando quello che più ci sembra bello per poi sparire e tornare a bordo della nostra barca. La Maddalena è un paese normale, non si offendano i suoi abitanti, un paese di mare come ne ho visti tanti alla ricerca di una sua nuova identità e un po’ in questo assomiglia a Peschiera e a quei tanti posti dove la presenza militare è stata forte e l’economia ci si era un po’ abituata. Tolti i militari bisogna reinventarsi, mettere sul piatto nuove iniziative, cercare una nuova strada che non può essere se non quella del turismo sperando che la saggezza della gente di mare prevalga sui soliti tentativi di speculazione.
Salpiamo, si torna indietro con qualche souvenir, un biberon nuovo per la bambina, qualche foto e molto caldo. E’ mezzogiorno e dieci e il sole, dritto sopra di noi, picchia duro sulle nostre spalle unte di protezione solare. Una leggera brezza di controvento ci accompagna al nostro ritorno nel golfo del Pollo.
Si ritorna al villaggio, alla maccarena ed al torneo di scala quaranta del dopopranzo. La vita del villaggio è monotona, per questo si sono inventati gli animatori. Se non ci fossero la gente si abbioccherebbe in continuazione. Fuori dallo spazio circondato non ci sono paesi da visitare, luoghi da vedere. Si sta dentro, chiusi in questo recinto di lusso a prendere il sole, a fare il bagno, a mangiare ai luculliani buffet in un circolo vizioso che sembra non chiudersi mai.
Nonostante gli sforzi degli animatori riesco a starmene fuori da tornei e attività varie. Sono passati quasi sette giorni da quando sono al villaggio e mi sento mancare l’aria. Chiuso in questo bioparco per bagnanti mi sento come un leone in gabbia a cui continuano a dar cibo per placarne l’aggressività.
Faccio qualche conoscenza. Persone simpatiche che sembrano trovarsi completamente a loro agio in questo posto. Alcuni mi confessano che è già la quarta o quinta volta che vengono in questo luogo. Rabbrividisco!
Ho bisogno di un’altra escursione… ho ancora bisogno di mare, di spazi aperti, di luci e colori. Si ripete l’uscita in barca, questo però è il giro delle spiagge, delle famose calli. Cala di qui, cala di la… riecco la Sardegna che mi piace. Prima tappa “Cala degli innamorati”, ci arriviamo nella speranza di incrociare qualche delfino perché la guida ci dice che in questo tratto di mare è facile incontrarne. Non oggi però troppo vento. Una punta di maestrale, infatti, sta increspando il mare al largo e in queste condizioni i nostri amici non si fanno vedere. Cala degli innamorati è una piccola spiaggia che raggiungiamo con il tender della barca. Ci si ferma un’ora e mezzo. Possibilità di bagno e aperitivo. La sabbia sembra cenere tanto è sottile e bianca. Mi tuffo alla ricerca di coralli, colori, cernie, polipi… ma ritrovo Bernardo il paguro che si sta ingroppando un suo simile in un tentativo di sfratto coatto. Rituale d’amore? Non credo, forse più una semplice rimpatriata tra amici. Nuoto verso degli scogli e scorgo tra di loro qualche riccio e nulla più. Ritorno in spiaggia tra i miei compagni di viaggio. Mi intrattengo in conversazione con un anziano signore della brianza che mi snocciola tutta una serie di viaggi fatti per il mondo, beato lui! Cala degli innamorati è veramente un posto di pace anche se l’amore a taluni di loro deve aver liberato non solo i pudori ma anche gli intestini perché dalla vegetazione che circonda questo luogo scende un odorino tutt’altro che soave molto simile a quella cosa che, se pestata, dicono portar fortuna.
Si riparte e dopo un frugale spuntino in spiaggia, sulla barca viene servito un ottimo pranzo a base di pesce e specialità sarde tra cui ovviamente non può mancare il classico pecorino. Caffè, ammazza caffè, un giro di foto e via verso le piscine naturali un luogo dove il verde smeraldo è ancora più vivo e bello passando prima davanti alla Spiaggia Rosa, forse uno dei luoghi più rinomati e famosi della Sardegna. Una spiaggia un tempo proprietaria di una finissima sabbia di un rosa corallino depredata da turisti senza scrupoli che per anni l’hanno imbottigliata per i loro acquari. Per la cronaca la spiaggia è rosa non per l’erosione dei coralli, ma per la presenza nella sabbia dei gusci calcarei di Miniacina miniacea un protozoo che vive nei rizomi di Posidonia oceanica.
Raggiungiamo le piscine naturali, anche questo, un luogo dove a mio avviso non dovrebbe andare nessuno e che invece ricorda tanto le spiagge di Riccione nei giorni di ferragosto. Barche e umanità ovunque. Qui è tradizione fare due cose. Un bel bagno e dar da mangiare ai gabbiani che ringraziano scagazzando ovunque. Ovviamente, noi turistifaidatenoalpitur non ci facciamo mancare nulla.
Inutile perder tempo sull’ennesimo tentativo di fotografare creature marine, l’unica creatura che avrei potuto immortalare con la mia fotocamera era lo “Stronzo di mare”, un essere anfibio con maschera, snorkel e pinne che con una pietra appuntita massacrava a martellate dei poveri ricci per gustarne a riva lo scarno, anche se riconosco delizioso, contenuto.
Se questo è il turista medio che si merita questo luogo ho paura a pensare a cosa potrà diventare questo arcipelago di meraviglie in un prossimo futuro se le autorità non attueranno gli adeguati controlli. Io purtroppo non sono ottimista di natura e negli anni ho cominciato a non credere più al buon senso delle persone.
Ora potrei proseguire ancora dilungandomi oltremodo nel mio racconto ma penso di avervi già annoiato abbastanza con il mio passaggio in Sardegna. Gustatevi le foto, quelle poche che sono riuscito a fare, e se mai vi capitasse di ritornare nei posti dove anch’io sono stato, non lasciatevi influenzare da quanto ho scritto. Affrontate l’arcipelago, divertitevi e soprattutto rispettatelo perché lui era già li prima che noi arrivassimo e sarà ancora li quando noi non ci saremo più.











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Spassosissimo!!! un racconto che diverte e mostra “l’altra sardegna”. Grande Ale!
Grazie Chiara, domani sera ci si vede? Appena avrò tempo pubblicherò anche la photogallery completa con i miei primi maldestri tentativi di fotografia subacquea!
Ottimo!