Terre di Leuca

E’ un lembo di terra  che sta giusto in mezzo: a due mari, a culture e popoli, a rocce e sabbie, al barocco e alla pajara. Tutto è costantemente attraversato dall’immagine possente di un tronco che narra, nelle sue infinite pieghe, la vita dell’uomo, l’ulivo. E’ a perdita d’occhio, ordinato da muretti a secco che contornano appezzamenti di campagna, amata, curata, compare di fatica e fonte inesauribile di salute. La terra sanguinea si popola di lecci e querce, qui la chiamano la foresta, ma anche di timo selvatico che sostiene il respiro del mare e di quei piccoli fasci di origano che inebriano l’aria. La cucina è quella vera, fatta dalle erbe spontanee, dall’orto e dal pescatore.

E’ lunga la Puglia, arrivando dal Nord pare non finire mai! Poi ci sei e la senti, è così forte che ti scorre nelle vene, sotto la pelle. E’energia, incontrollabile perché nasce primitiva e perciò istintiva, accompagnerà e scuoterà il torpore che ognuno di noi inconsapevole si porta appresso. Dolmen e  Menir intagliati nella pietra nutrono l’energia della vita, in un sacro che appartiene al passato e forse al presente. Prepotenti torri costellano la costa, a base quadrata o tonda, a volte ruderi che dal Medioevo controllano il nemico sopraggiungere da paesi lontani. Passato il villaggio di Tricase, a pochi chilometri da Tiggiano, Torre Naspre sorge dal 1565, dagli spagnoli edificata a difesa della gente stremata dai saccheggi dei Saraceni. E poi Castro con a fianco la grotta della Zinzulusa, cunicoli bassi e vertiginosi pinnacoli, tasso di umidità del 98% per la costruzione minuziosa e incessante di stalattiti e stalagmiti, a creare forme insolite o travate nell’immaginazione. Forse riparo di uomini preistorici, così come in molte altre cavità che sbucano nella campagna o nel mare. Patù, di epoca Messapica nel vecchio molo e preistorica nelle Centopietre, il dolmen del dio sole per alcuni e tomba cristiana del IX secolo per altri. Gagliano del Capo e il promontorio del Ciolo, che dalla Litoranea che serpeggia tra mare e roccia spunta con un profondo canyon sormontato da un ponte frutto dell’ingegno umano. Il paese,  è arroccato, si arriva piano su per la collina e lì, proprio nel cuore delle vecchie case, Christian con la storica vespa conduce a “Novecento” B&B essenziale, sobrio, fasciato dalla volta a botte e dai muri bianchi e sfumati dalla terra. La casa è un su e giù di altezze, terrazze e cortiletti così che lo sguardo non possa mai annoiarsi, abbracciato da un secolare melograno, assolutamente di buon auspicio. Antonella sorride solare e racconta di quando da piccola andava con la madre a raccogliere le foglie di tabacco e così chiacchierando porta, su una piccola tavola, marmellate di susine, di prugne con le quali abilmente la madre di Christian farcisce crostate superbe. Lui è un giovane artista, lo si sente in ogni dove, mentre suggerisce di scovare le grotte più suggestive che il mare nasconde o quando sorseggiando una tisana racconta della sua terra, nelle sue parole il fascino dell’energia.

Sino ad ora l’Adriatico ha regnato, ma anche lo Ionio ha da fare il suo discorso, è fatto di fini sabbie dorate che il vento raccoglie in dune, il mare è addolcito da fondali meno aspri e per questo trasparenze celesti circondano Torre Vado, Marina di Pescoluse, Torre Pali. Così come l’interno si concentra intorno alla masseria, il mare disegna il contorno della penisola in una miriade di anfratti, sono le rocce che si stagliano  piatte e basse o puntute e scoscese. Leuca dalle bianche abitazioni  si adagia sulla punta estrema. Qui si dice che Pietro, provenendo dalla Palestina, abbia definito questa terra come un lembo di paradiso, ogni uomo dovrà compiacersi di questa bellezza. Testimone è il santuario giusto a fianco del faro.

Mannute, Cipolliane, Prazziche, Ortocupo, del Pozzo, del Ciolo, del Diavolo, delle Tre Porte, del Presepe, del Soffio… le grotte! Carsiche, a volte emerse o solo in parte, curiosamente si aprono nel mare blu, lasciarsi catturare dal loro fascino è un’avventura da vivere pienamente. Cavallucci, salpe, occhiate, polpi, donzelle, cefali, cernie, pastinache, seppie, il paguro Bernardo, barracuda e spirografi, anemoni, pomodori di mare, granchi, gamberi, mitili, pinna nobilis…., questo è un mare ricco e al largo pescosissimo di pelagico. Energia, ancora energia, quella dell’acqua dal colore così intenso che sembra colato dal cielo, perpetuo muoversi di salmastre e dolci correnti.

E poi… Otranto elegante dedalo fortificato di case bianche conquistato dai Turchi nel 1480 e la sua Basilica di San Pietro, VII secolo, toccante espressione dell’arte bizantina…Gallipoli, non i Turchi bensì la Serenissima conquista la città dei pescatori protetta dal suo Rivellino nella parte più antica. Nasse appese per un groviglio di viuzze, reti allungate ad asciugare e quel disordine tipico e quanto mai necessario per chi  il mare lo vive ogni giorno.

E per giungere in fondo, l’olio, una benedizione che consacra ogni cosa e ogni cibo anche quello più prelibato preparato da mani esperte in un connubio eccellente tra occidente e oriente. Così la creatività di Salvatore, nell’enoteca Torromeo di Gagliano del Capo, propone tartare di dentice, carpacci di cefali e tempure di gamberi e totani, piccoli calamari ripieni di aromi e pane profumato, e le paste fresche anche ripiene di filetti di spigola… e poi il pane anzi, le “pucce” quei piccoli panini farciti alle olive nere. Di nuovo energia, quella della generosità della gente salentina.

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